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Il sé digitale: organizzare e alimentare la conoscenza personale

Tutto, tutto, tutto, è memoria (Giuseppe Ungaretti)

L’aforisma bruciante pronunciato da Ungaretti durante una conferenza del 1937 su Giambattista Vico (non a caso uno dei grandi filosofi dell’educazione ….) ci ricorda che il problema del ricordare non riguarda solo l’apprendimento o il contrasto del progressivo dimenticare che emerge con l’invecchiamento … è qualcosa di più. Ha a che fare con la nostra identità. Ha scritto Umberto Eco nell’introduzione alla Biennale di Arte contemporanea del 2015: «Io, sono la mia memoria. Senza memoria, la mia identità si dissolve e io “scompaio”».

Un evento diventa memorabile non solo quando è importante, ma quando deve essere ricordato. Anzi è memorabile in quanto viene ricordato, in quanto ha vinto l’oblio. E il ricordo non è isolato ma si inserisce in storie, può anzi deve essere “raccontato”. Come nota Gaston Bachelard ne la sua La poetica della rêverie: «si conserva solo ciò che è stato drammatizzato dal linguaggio». Anzi sottolinea che «il ricordo puro non ha data. Ha una stagione». La nostra memoria è fallibile; il nostro ricordo delle cose passate è imperfetto. Abbiamo una memoria “disonesta” e pigra che va allenata continuamente; dobbiamo mantenere vivido e usare continuamente quanto abbiamo appreso se vogliamo utilizzare quanto appreso. Avere semplicemente vissuto un’esperienza non la rende automaticamente utilizzabile (ad esempio per evitare di compiere lo stesso errore). Su questi presupposti è nata la psicanalisi e la sua esigenza di verbalizzare quanto vissuto.

Oltretutto nella società in cui viviamo (non a caso detta “dell’informazione”) – dominata da incertezza, ambiguità e da un tasso frenetico di innovazione –, alimentare e organizzare la propria conoscenza è sempre più necessario e opportuno. Due sono le fonti principali da cui essa attinge: i nostri interessi personali e i temi e il problemi che il mondo del lavoro di sottopone. La sfida è riavvicinare questi due mondi informativi dandogli corpo e permanenza e soprattutto facendoli dialogare; e soprattutto potenziare la nostra “brain productivity”, una combinazione di produttività (misurata soprattutto come uso efficiente del proprio tempo e di quello dei proprio collaboratori) ed efficacia (capacità di estrarre molto valore da conoscenze e relazioni).

Serve dunque un metodo, ma anche un contenitore che raccolga questa conoscenza e la (ri)organizzi per consentirne non solo la conservazione e il facile reperimento ma anche – e soprattutto – il (ri)utilizzo (idealmente in forma creative). Un contenitore che organizzi i contenuti digitali e li renda accessibili dalla Rete, in qualunque momento e dovunque ci troviamo.

Ma come non è spesso facile separare i nostri interessi e hobbies personali dalle competenze che ci permettono di eccellere nel mondo del lavoro, così non è sempre possibile definire cosa è personale e privato (la nostra memoria) dalla nostra vetrina personale sulla Rete, una sorta di maschera digitale che rende pubblici i nostri interessi e gusti, le nostre amicizie e legami con il popolo della Rete, e ciò che abbiamo fatto professionalmente (curriculum, scritti, convegni a cui si ha partecipato, …). Per questo motivo la metafora più adatta per descrivere questi contenitori sulla Rete non è tanto la “memoria digitale” quanto il “Sé digitale”.

La sfida è meno tecnica e piuttosto legata alla volontà di adottare un metodo rigoroso per raccogliere e classificare idee e informazioni che ci servono o ci colpiscono e soprattutto per farlo con costanza. Questa non è una novità del mondo digitale. I grandi intellettuali hanno sempre elaborato metodi e strumenti per organizzare la loro conoscenza, ma non sempre ne hanno svelato i meccanismi. Gli esempi che provengono dall’antichità e sui quali ci sarebbe moltissimo da imparare sono numerosi. Prendiamone alcuni a titolo di esempio.

L’Adagiorum collectanea di Erasmo da Rotterdam contiene oltre 3.000 adagi, ovvero proverbi, massime, sentenze, motti, modi di dire dell’antichità classica e cristiana. Di ognuno l’autore fornisce le varie formulazioni, la spiegazione e le fonti; talvolta vi intercala aneddoti e istantanee dal vivo. Sono sentenze da ripetere scrivendo o parlando perché in quelle poche parole sono racchiusi con “leggiadria”, come dice Erasmo nella Prefazione, «i venerandi segreti della filosofia» e «il comportamento di una persona o di un popolo».

Leonardo da Vinci appuntava invece tutto ciò che lo colpiva: favole, allegorie, descrizione di paesi, profezie e facezie. I suoi scritti collezionavano spunti ed erano anche elaborazione di intuizioni, dimostrazioni di teorie che lui stesso elaborava e davano corpo alle sue visioni.

Lo Zibaldone di pensieri, invece, è un diario personale che raccoglie una grande quantità di appunti scritti in 15 anni (1817-1832) da Giacomo Leopardi, per un totale di 4.526 pagine. Il titolo deriva dalla caratteristica della composizione letteraria, in quanto mistura di pensieri, come per l’omonima vivanda emiliana che è costituita da un amalgama vario di molti ingredienti diversi. Si tratta di annotazioni di varia misura e ispirazione, spesso scritte in presa diretta e pertanto caratterizzate da un tono di provvisorietà, da uno stile per lo più asciutto; a volte brevissime, a volte ampie e articolate per punti. La loro importanza è fondamentale, in quanto contengono un notevole insieme di temi e spunti che spesso costituirono ispirazione prima per i Canti, le Operette morali, e, soprattutto i Pensieri. In qualche caso, invece, queste pagine vedono riflettersi quanto già detto altrove, o riportano commenti su libri letti, osservazioni su incontri o esperienze.

Cosa emerge dall’uso che questi grandi personaggi hanno fatto della raccolta personale di idee, sentenze, informazioni, curiosità ? 3 motivazioni principali:

comprendere il perché è importante organizzare un processo che ci aiuti a ricordare;

raccogliere con consapevolezza e organizzare con intelligenza (per facilitare il ritrovamento alla bisogna);

comprendere il valore della riscrittura.

Come accennavamo poc’anzi, la prima motivazione dipende dal fatto che la memoria è attiva, è un processo dinamico che continua a rinfrescare, rigenera e reinterpretare i ricordi. Nota efficacemente Octavio Paz che «la memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda». È come se fosse un muscolo che va allenato e potenziato e – quando si indebolisce – deve essere aiutato con strumenti esterni. Per questo il sito personale sarà una delle tecnologie più importanti nell’era dell’ageing population ….

La seconda motivazione – raccogliere con consapevolezza e organizzare con intelligenza – è legata alla natura stessa del processo creativo. Il tema è ampio e articolato e non è questo lo spazio per affrontarlo. Due riflessioni, fra le tante, per toccare il tema.

La prima di Austin Kleon, nel suo libro Ruba come un artista. Impara a copiare idee per essere più creativo nel lavoro e nella vita. Egli sostiene che non è importante l’unità a priori fra i vari pezzi che mettiamo nel nostro contenitore cognitivo (e dunque nel Sé digitale): «a unirli è comunque il fatto che sono tutti opera tua. Non buttare via nulla di te stesso; non pretendere di dare alla tua attività uno schema grandioso o una visione unitaria».

La seconda riflessione viene da Il bosco sacro del grande T. S. Eliot: «I poeti immaturi imitano / i poeti maturi rubano; / i cattivi poeti rovinano ciò che prendono, mentre quelli buoni ne traggono / qualcosa di meglio, o almeno qualcosa di diverso».

Per questo dobbiamo “rubare e saccheggiare” tutto ciò che ci colpisce, che notiamo, che ci incuriosisce. L’uso della parola “rubare” è solo per mettere in evidenza che quasi sempre questo materiale è prodotto da altri e non si ipotizza che vi sia qualcuno che lo raccolga e lo conservi.

La terza motivazione per la raccolta sistematica delle idee e informazioni – infine – ha a che fare con l’intima comprensione del valore della riscrittura, anzi della trascrizione. Osserva Giovanni Ludovico Vives, un famoso umanista spagnolo vissuto nella prima metà del Cinquecento: «Procura di esercitarti sommamente nello scrivere; né andrai ad udire il tuo maestro senza penna e carta, affinché non ti sfugga alcuna parola scelta, rara o necessaria, né una frase piacevole od elegante, ovvero una sentenza grave e concettosa, senza che tu la raccolga e riporti subito nel tuo tesoro; e così in breve ti preparerai grandi dovizie di erudizione».

Un film del 2012 – The Words – restituisce in modo vivido il potere magico della riscrittura (anzi della trascrizione), quando il protagonista vuole impossessarsi di un manoscritto trovato fortunosamente e di pubblicarlo a suo nome e decide di ricopiarne il contenuto sul suo computer, senza un motivo particolare e senza un apparente motivo, ma perché «voleva solo sentire il flusso di quelle parole scorrere attraverso le sue dita, nella sua mente».

Ma la raccolta delle informazioni – soprattutto sulla rete – richiede competenza e consapevolezza. Uno degli errori più frequenti che i “naïve del digitale” fanno è pensare che tutto ciò che ci serve si trovi nella Rete; che nel grande mare di Internet sia presente (e disponibile) tutto quello di cui abbiamo bisogno, pronto per essere raccolto non appena ne sentiamo la necessità. Nulla di più sbagliato. Ad esempio:

– pochi sanno come funziona l’algoritmo di Google e si fidano – dopo una ricerca su questo motore – di leggere solo i primi cinque o sei risultati della ricerca, quelli che Google propone per primi … senza conoscere il criterio con cui Google seleziona e prioritizza;

– pochi sanno cosa è un hoax di wikipedia e si fidano ciecamente di ciò che trovano su questa universale enciclopedia online (che è – oltretutto – un’iniziativa “no-profit” ..,); tecnicamente è un’informazione falsa messa per motivi burloni .. e sperabilmente scoperta e rimossa dallo staff dell’enciclopedia online. Ma il sistema è permeabile e gli hoax sono tantissimi e continui (e sempre meno “burloni”). Uno dei primi è stato la voce “Gaius Flavius Antoninus era uno degli assassini di Giulio Cesare”, che è rimasta per oltre 8 anni in wikipedia prima di essere “scoperta” …

– pochi sono consapevoli del vero e proprio caos delle fonti e delle attribuzioni su Internet; sempre più frequentemente si trovano sulla rete attribuzioni sbagliate; ad esempio la famosa frase di Proust «L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi» è spesso attribuita a Rousseau, a Voltaire, …

E comunque – ci ricorda Umberto Eco – «Internet è come una sterminata biblioteca senza filtraggio. La virtù delle biblioteche, come delle enciclopedie, non è soltanto quella di conservare la memoria, ma di buttare via quello che a una cultura non serve. Se non buttassimo via nulla saremmo come Funes el memorioso, di un racconto di Jorge Luis Borges. Questo personaggio ricordava tutto: era un uomo dalla memoria totale, incapace di ragionare, perché incapace di filtrare. Internet è come Funes: contiene tutto, il vero e il falso, il che è un grave rischio soprattutto per i giovani. Quanto alla capacità di concentrazione, è vero che siamo sottomessi a un intenso flusso di informazioni che rafforzano la smemoratezza, e proprio in questo senso è essenziale sapere compiere un’operazione di filtraggio» (intervista su Famiglia Cristiana del 22 agosto 2012).

Che fare ?

La ricetta che vorrei proporre – e che sto utilizzando da almeno 20 anni – è la creazione di un contenitore personale – digitale – che contenga idee, informazioni, pezzi di libri che ci hanno colpito, appunti sparsi e su cui stiamo lavorando, ricordi, curiosità, … Questo sito – uno spazio su web accessibile dovunque ci sia un collegamento alla rete – è sia una sorta di nostra memoria estesa sia una rappresentazione di noi stessi, dei nostri gusti, delle nostre preferenze. Perciò ho scelto l’espressione “Sé digitale”.

Questo sito nasce e si alimenta da ciò che vogliamo conservare. Non si tratta di archiviare volumi di informazioni in maniera automatica e compulsiva, quasi fossimo dei collezionisti arraffatori che puntano alla quantità (“più ne ho, meglio è”). Si tratta di scegliere in modo consapevole, di filtrare (come ci suggeriva poc’anzi Umberto Eco), di comprenderne il significato, di rielaborarne il contenuto e di organizzare questa conoscenza in modo da rendere facile sia il ritrovamento successivo sia la rielaborazione – ad esempio collegandola con altri elementi, introducendola in un documento che si sta scrivendo …

Il sito – infatti – valorizza la conoscenza frammentaria e aforistica …. Attività che richiede la capacità di connettere i punti, di trovare vicinanze fra le lontananze … similitudini tra le diversità: in parole povere richiede sia abilità metaforiche che capacità abduttive: quelle dei grandi detective che vennero messe a fuoco per la prima volta dal padre della medicina Ippocrate. Lui chiamava questa dote techné: un pensiero obliquo, imprevedibile e “femminile”, molto diverso dal venerato logos, freddo, meccanico e prevedibile .

Il metodo di raccolta, organizzazione e riutilizzo della conoscenza digitalizzata si affina con il tempo e ciascuno di noi lo personalizza e lo adatta al proprio stile cognitivo e di apprendimento. Comunque vi sono alcuni suggerimenti – un piccolo decalogo – che mi sento di fare dopo molti anni di pratica:

1) l’obiettivo non è “salvare affettivamente” del materiale (“ho paura di perderlo … e magari mi servirà”) ma conservare informazioni ipotizzate utili in modo da rendere facile sia il “ritrovamento” sia il riutilizzo”;

2) non basta andare a rivedere una lezione ma si deve anche poterla ri-utilizzare capendo qualcosa di più;
meglio fare fatica quando si introduce e si (ri)organizza il materiale (estraendolo, pulendolo dal non necessario, commentandolo, salvandolo nel “luogo giusto”), che quando lo si vuol ricercare; quando cerchiamo l’informazione abbiamo sempre poco tempo e siamo intolleranti alla fatica;

3) nell’archiviazione delle presentazioni .ppt bisogna separare il contenuto testuale (da salvare in formato word o html) dalle immagini (da salvare in formato .ppt);

4)non salvare i link ma i reference integrali (ad esempio il titolo esatto di un libro) che sconsentono – grazie all’exact match – di ritrovare sempre l’informazione sempre con i motori di ricerca (mentre i siti evolvono, i link cambiano, …);

5) omogeneizzare i formati (font, dimensione del carattere, uso dei colori e delle sottolineature) usando lo stesso sia per i contenuti prodotti che per quelli trovati sulla Rete; ciò rende più facile ed efficace il confronto e riutilizzo di testi provenienti da fonti diverse …

6) passare dalla cartelletta (su PC) all’ipertesto (online) rende molto più facilmente trovabile il materiale (anche se archiviato molti anni prima) e sempre aggiornato. SI passa dall’“aprire e chiudere” contenitori a navigare e in spazi di senso accettando anche di errare e “perdersi”;

7) anche nell’ambiente di lavoro, pensare sempre anche al proprio arricchimento culturale e non solo a rispondere (pavlovianamente) a ciò che ci viene richiesto; le informazioni più interessanti usate nel lavoro devono diventare anche patrimonio personale;

8) ogni tanto stampare estratti dal sito e (ri)dare un occhiata complessiva (un “colpo d’occhio”) sul materiale stampato. La lettura su carta consente cose che il video limita … e molte cose presenti nel sito ma dimenticate riaffioreranno …

9) se serve, copiare la stessa informazione in più punti del sito (“ridondanza creativa”); più copie della stessa informazione aumentano la probabilità di essere ritrovate; il sito non è un archivio di transizioni bancarie la cui rappresentazione deve essere univoca …

10) costruire più sistemi di classificazione e indicizzazione e – per i contenuti più “importanti” – archiviare, in modi differenti, vari “stati” del contenuto (appunto grezzo, estratto, rielaborazione per apprendere, prodotto finito (articolo, saggio, presentazione, …), versione integrale).

Ma quali sono i benefici di questo metodo di “aggiornamento continuo” della nostra conoscenza e di contrasto sistematico dell’oblio” ? Molti invero. Vediamo i principali:

forza la sintesi, la strutturazione e l’organizzazione dell’informazione acquisita, forzando la risposta alla domanda “in che sezione del sito metto questa nuova informazione”; ciò rende possibile l’autentico apprendimento in quanto forza due fondamentali operazioni cognitive:

. definizione dell’area tematica prevalente del concetto (la sua ontologia/tassonomia)

. coerentizzazione con gli altri elementi informativi presenti nell’area

non perde le idee in formazione, i pensieri accidentali, le intuizioni improvvise; grazie alla presenza di un’“area di parcheggio” dove caricare con facilità questi “semi-lavorati” per loro natura non ancora indicizzabili/archiviabili; quest’area è facilmente identificabile e sempre accessibile; ciò consente di realizzare una vera e propria “Wit machine“, una piattaforma per creare correlazioni, combinazioni creative, metafore … grazie alla raccolta sistematica dei “pensieri che fanno pensiero”. Il wit, divenuto una categoria della filosofia inglese, designa l’attitudine ad assemblare pensieri diversi e a metterne a fuoco le similitudini, le possibilità combinatorie e la scoperta di somiglianze lontane. John Locke – nel Saggio sull’intelletto umano – osserva: «il wit consiste nel raccogliere idee e nell’unire prontamente tra loro quelle in cui si può osservare qualche somiglianza o qualche congruenza per produrne con la fantasia rappresentazioni spiritose e visioni gradevoli»;

supporta il “dimenticare consapevole“, staccando temporaneamente la memoria biologica dallo sforzo di memorizzazione di informazioni in quel momento non rilevanti e concentrandola sui processi associativi e creativi; l’importante è che l’informazione sia memorizzata nella memoria digitale; ciò consente al cervello di liberarsi dagli sforzi di ricordare e di potersi dedicare maggiormente all’intuizione e ai processi creativi;

consente di tenere traccia e “misurare” quanto apprendiamo: la crescita dimensionale del sito, infatti, diventa una sorta di oggetivizzazione dell’espansione del sé digitale, di quanto abbiamo archiviato e possiamo riutilizzare; ovviamente parliamo di informazione filtrata e collegata all’interno del sito, non di banale “copia e incolla” di ciò che troviamo nella rete,

crea le condizioni per essere un ”lettore errante“ che, ovunque si sposta ha sempre la propria biblioteca al seguito; il sito è accessibile ovunque e in ogni momento. È anche raccomandabile conservare le parti più preziose (e personali) sotto password per impedire un accesso a tutti;

rende naturale riaprire senza sforzo (anche senza scopi apparenti) i libri già letti , consentendo viste sinottiche di più libri e la rilettura anche di ciò che non si sta cercando (serendipity). Difficilmente riapriamo un libro letto anni fa mentre, quando navighiamo nel nostro Sé digitale, passiamo sopra molto spesso su materiale raccolto molto tempo prima;

consente la “personalizzazione continua” di ciò che si è archiviato (grazie al suo essere digitale). Ad esempio il riassunto di un libro può essere integrato anche molti anni dopo la sua stesura aggiungendovi nuovi parti considerate interessanti, note personalizzate, collegamenti con altri testi, …

supporta e potenzia il processo creativo e intuitivo, grazie alla creazione di un vero e proprio florilegium – sempre accessibile e sempre in evoluzione – di idee, fatti, numeri, massime, suggestioni … di quei “dots” che Steve Jobs suggeriva – nel famoso discorso “stay hungry, stay foolish” – di connettere per accendere il processo creativo.

Last but not least … c’è un ultimo aspetto benefico – che io considero non marginale – nell’avere e gestire il proprio sé digitale: il poter sviluppare in pienezza ciò che lo psicologo Duccio Demetrio chiama il pensiero autobiografico. C’è infatti un momento, nel corso della vita, in cui sentiamo il bisogno di raccontarci in modo diverso dal solito. È una sensazione, più ancora che un progetto, i cui contorni sfumano, e che tale può restare per il resto dell’esistenza come una presenza incompiuta, ricorsiva, insistente.

Osserva Demetrio che l’autobiografia è una risorsa per la mente; è l’educazione al sentire in ogni età della vita, è al diventare non solo consumatori ma anche produttori di eventi. Questa scrittura autobiografica «”addomestica” e placa la nostra interiore solitudine, la rende bella ed eroica», ci ritrasforma in protagonisti della nostra vita.

Pertanto – e ci tengo a risottolinearlo – creare il proprio “sé digitale” non pone problemi tecnici, non ha di fronte a sé barriere tecnologiche; tutti possono farlo. Il vero punto è l’adozione di un metodo – articolato – e la volontà di adottarlo in maniera sistematica e continuativa.

Il sito personale (il “sé digitale”) non è dunque uno strumento ma un METODO – semplice ma rigoroso – reso possibile dalla nuove tecnologie digitali e attuato grazie a una SENSIBILITÀ nei confronti della conoscenza, dei meccanismi con cui viene creata, protetta, arricchita e utilizzata e delle cause per le quali può essere persa o sprecata.

Per coglierne a pieno le sua grandi potenzialità un ultimo suggerimento: bisogna dedicare sistematicamente tempo per gestire la propria conoscenza (apprendere cose nuove, sistematizzare meglio quello che si sa, esercitarsi a produrre nuove idee). Dovremmo infatti – alla fine di ogni giornata – domandarci: “cosa ho imparato oggi ?”.