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Il digitale riletto con la lente di Freud: il perturbante del XXI secolo

Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare (Sigmund Freud, Il perturbante)

Ciò che è opposto si concilia, che dalle cose in contrasto nasca l’armonia più bella, e che tutto si genera per via di contesa (Eraclito, DK B 8)

Il simbolismo religioso ha la capacità di esprimere la coincidenza degli opposti e dei paradossi e guarda sempre delle realtà che impegnano l’esistenza umana (Mircea Eliade)

Nel 1919 Siegmund Freud pubblica una riflessione molto importante su una specifica esperienza umana creata da quelle produzioni artistiche e letterarie che maggiormente fanno leva sull’evocazione del “soprannaturale” e dello spaventoso. Il punto di partenza era l’analisi di quegli espedienti letterari (e cinematografici) che pongono il lettore di fronte a una sorta di paradosso cognitivo, nel quale egli si trova impossibilitato a decidere se alcuni personaggi della storia siano oggetti animati o inanimati, esseri viventi oppure cose senza vita.

Per descrivere questo fenomeno “paradossale” Freud utilizza la parola tedesca unheimlich; pur sembrando in tutta evidenza l’antitesi di heimlich (da Heim, casa) e dunque pur potendosi considerare equivalente alla negazione di ciò che è noto e familiare, in quanto si riferisce alla “casa”, in realtà rivela un rapporto molto più complesso con il suo opposto. Infatti tra i significati meno usati di heimlich, quello di “misterioso”, “nascosto” quasi coincide col suo contrario unheimlich. L’espressione “un-heimlich” significherebbe quindi anche non celato, venuto alla luce, affiorato. Questa sorta di straniamento nasce quindi quando in un oggetto o in una situazione si uniscono caratteristiche di estraneità e familiarità in una sorta di “dualismo affettivo”. Ciò che ci spaventa di questo genere di opere letterarie è cioè la loro capacità di evocare in noi ciò che sentiamo come più familiare, conosciuto dentro noi, ma che è allo stesso tempo “tenuto nascosto” e quindi rimosso, negato.

Freud nota che la parola unheimlich è intraducibile in altra lingue e lascia intendere che il significato più autentico di questa parola risiede proprio in una eccedenza rispetto alla sfera semantica consueta, in uno scarto non esprimibile con semplici parole; la specificità di questo concetto coincide appunto con la sua intraducibilità: ogni tentativo di de-finizione, di delimitare il concetto con parole, di stabilire recinti concettuali è destinato a fallire. Questa parola è stata nelle pubblicazioni italiane delle opere di Freud tradotta in perturbante … perturbante che non va confuso con spaventoso o angoscioso, pur contenendo anche questi concetti: una cosa spaventosa è tale in quanto nasce da una minaccia esterna … ma il perturbante è anche interno, domestico.

Questa difficoltà di de-finire il concetto spingerà Freud a utilizzare un racconto per “spiegarlo”: non un caso clinico – come ci si sarebbe aspettati, avendo presente la maggior parte degli scritti freudiani – ma un vero e proprio racconto: Der Sandmann (in italiano L’uomo della sabbia), uno degli otto Notturni di E. T. A. Hoffmann.

Freud fa risalire l’origine del perturbante al tema “sosia”, che si può manifestare in modi molto diversi: come «comparsa di personaggi che, presentandosi con il medesimo aspetto, debbono venir considerati identici»; come fenomeno di telepatia, vale a dire di trasmissione immediata di processi psichici da una persona all’altra; come identificazione del soggetto con un’altra persona, al punto di «dubitare del proprio Io» e di sostituirlo con quello della persona estranea. Otto Rank ha successivamente elaborato il tema del “sosia” riconducendolo ai temi più generali di scissione e sdoppiamento (da cui l’ombra, il genio tutelare ma soprattutto l’immagine riprodotta nello specchio).
Suscita in noi grande turbamento il prendere coscienza del fatto che tra casa e non-casa non si dà opposizione, ma identità. Non è affatto un’incertezza intellettuale che suscita il senso del perturbante, bensì, proprio al contrario, è la pur relativa certezza dell’intrinseca e ineliminabile duplicità di cose, persone, situazioni e avvenimenti a suscitare turbamento .. è il vacillare dei confini che separano.
Il perturbante si origina da una scoperta: la scoperta di una strutturale «duplicità di qualcosa con cui veniamo a contatto, la presa di coscienza di una insuperabile ambivalenza, di una unità che non è, non può mai essere, semplice, ma sempre “inesorabilmente duplice”, dal ritrovamento del due nell’uno, e dunque dalla rinuncia a ogni immagine “semplice”, a ogni rappresentazione univoca.»

Cosa c’entra il perturbante con il digitale ?

Le riflessioni di Umberto Curi nel suo libro Straniero sembrano pensate per il digitale: «Si resta turbati quando ci si avvede che il pensiero, e cioè qualcosa che, per definizione, sembra appartenere al dominio dell’immateriale, di ciò che non può dunque in alcun modo influire sulla realtà “naturale”, è viceversa in grado di cambiarla profondamente. L’intima duplicità del pensiero, il suo essere un modo di rappresentazione della realtà, ma insieme anche un modo di produzione della realtà stessa, suscita effetti tanto più perturbanti quanto più inattesa e sorprendente è questa scoperta.»

Spingiamoci più in profondità nel mettere in luce le numerose analogie fra il perturbante freudiano e il digitale. Le nuove tecnologie «inquietano» sempre, ma il digitale è qualcosa «di più»: più potente e più temibile.; più quotidiano e più lontano … Infatti:
– Il digitale «tocca» ogni aspetto della nostra vita e tende a trasformare tutto ciò che «tocca»
– È capace di alimentare un senso sia di onnipotenza che di paranoia
– Per alcuni è il diavolo causa di tutti i mali e per altri sta diventando nuova forma di religione
– Viene incensato e apre infinite possibilità positive ma presenta anche moltissimi lati oscuri, che si tendono non solo a ignorare ma addirittura a negare, creando una nuova forma di negazionismo
– Crea nuove forme di minacce un tempo impensabili: «Il pericolo del passato era che gli uomini diventassero schiavi. Il pericolo del futuro è che gli uomini diventino robot» (Erich Fromm)
– Da’ corpo e sostanza e realtà alla paura ancestrale della autonomizzazione della macchina dal suo creatore … (tema racchiuso nel mito del Golem, nel racconto di Frankenstein, …)

Basta prendere alcune delle definizioni con cui è stata spiegata una delle manifestazioni più note e rivoluzionarie del digitale – Internet – per comprendere quanto sia davvero “molte cose”, molto diverse fra di loro e talvolta contradditorie:
– Internet è una casa, una piazza, una scrivania, un cruscotto, un portale, un’autostrada, un mare, …
– Cyberspace: a consensual hallucination experienced daily by billions of legitimate operators, in every nation, … A graphic representation of data abstracted from the banks of every computer in the human system. Unthinkable complexity. Lines of light ranged in the nonspace of the mind, clusters and constellation of data. (William Gibson, Neuromancer)
– Information Nirvana – enorme libreria multiculturale, aperta sempre e per tutti
– Internet is the largest working anarchy in the world (Kevin Kelly)
– Il cyberspazio è la più grande realizzazione della filosofia hyppie: tutti si possono incontrare, ma in maniera totalmente casuale e anarchica
– Internet è un sistema cartilagineo; né sovrastruttura né sottostruttura
– Il Web rappresenta l’”Universal Information Database”, un vero e proprio “docuverse” (universo documentale) dove ciascuno può nuotare a suo piacimento (Kevin Hughes)
– Internet è la passeggiata curiosa in un grande mercato delle pulci, dove ci si può divertire a cercare notizie sugli extraterrestri, conoscere il canto degli uccelli australiani o a scambiarsi opinioni sul gioco delle bocce
– Ogni sito è un punto di vista su Internet (Pierre Lévy)
– Internet è la Rete divoratrice di anime
– Internet è quel posto dove tutti navigano per trovare un motivo per navigare
– Internet è il Prozac della comunicazione
– Internet can act as a gigantic international copying machine (Business Week)
– Internet è l’Information Marketplace (Michael Dertouzos)
– La rete è diventata un nervo ottico mondiale che si estende attraverso tutti i fusi orari, con globi oculari elettronici alle sue estremità (William Mitchell)
– Internet è il continente invisibile (Kenichi Ohmae)
– Internet è una memoria che ricorda tutto, troppo. L’intelligenza è altro: è saper distinguere (Umberto Eco)
– Internet è un oceano di mediocrità (Clifford Stoll).
– La rete è un grande testo che si estende sulla superficie del pianeta (Lorenzo De Carli)
– Internet è la trama delle nostre vite (M.Castells)

La dimensione perturbante del digitale si rafforza dal fatto che non è solo “tante cose” ma è anche il loro contrario:
Strumento E Fine
Interno (io) Ed Esterno (altro)
Virtuale E Fisico
Gratis /per tutti E Solo per pochi
Vicino E Lontano
Umano E Artificiale
«Stupido» (dummy) E «Intelligente» (smart)
Segno E Simbolo
Oggetto Ed Esperienza
Buono E Cattivo
Neutrale E «Di parte»

Vi è anche un interessante – anzi perturbante – fenomeno descritto nel 1970 dallo studioso di robotica Masahiro Mori che nasce dalla reazione creata negli uomini dal crescente livello di verosimiglianza dei robot e che egli chiama Uncanny valley (che potremmo tradure in la zona perturbante o valle perturbante). La sensazione di familiarità e di piacevolezza generata nelle persone da robot antropomorfi aumenta al crescere della loro somiglianza con la figura umana fino ad un punto in cui il realismo crea un brusco improvviso calo delle reazioni emotive positive destando un senso di repulsione e inquietudine.

Per concludere questa breve riflessione è interessante ricordare che la religione – come nota Mircea Eliade – ha una straordinaria capacità di elaborare simboli e significati, capaci addirittura di assorbire e armonizzare gli opposti. Non è un caso che i cittadini digitali abbiamo spesso paragonato la Rete a un modo, un universo, un paradiso. Arianna Dagnino – nel suo Jesus Christ Cyberstar – ne ha raccolti molte di queste definizioni: “Digisfera”, “Oltreschermo”, “Oltre”, “Spiritualand”, “Cielo digitale”, “Simulmondo”. È perfino arrivata a definire i quattro precetti del Paradiso Digitale:
1. Nell’Oltre siamo tutti pari (l’eguaglianza del peer-to-peer)
2. Per essere il primo puoi anche essere l’ultimo, là fuori (nel mondo reale)
3. Nutri l’abbondanza
4. Merita e ti sarà dato.

Che fare ?

Nel digitale si ritrovano con chiarezza tre dimensioni tipiche del perturbante:
1. ambiguità fra animato e inanimato: ad esempio i robot e gli androidi che si comportando come esseri viventi pur essendo macchine;
2. ambiguità fra familiare ed estraneo: ad esempio i nostri smartphone – oggetti iper-familiari (spesso vere e proprie protesi del nostro corpo) – che si infettano di virus provenienti dall’esterno ma che si sviluppano e “nascono” all’interno o ci portano – inavvertitamente – in luoghi digitali sconosciuti (e spesso oscuri e pericolosi);
3. ambiguità fra immaginario e reale – o meglio fra ciò che abbiamo creato noi e ciò che esiste a prescindere da noi: spesso non sappiamo se stiamo vedendo una cosa reale o solo i prodotto di una simulazioni e una manipolazione.

È la dimensione perturbante del digitale che lo trasforma in una grande zona di unconfort – una sorta di disagio “al quadrato”: disagio perché non si comprende una tecnologia moderna e potente che ciascuno dovrebbe conoscere e saper utilizzare con naturalezza e padronanza; ma disagio anche perché il digitale è esso stesso sfuggente, ambiguo, contraddittorio … perturbante appunto.

Ci sembra di conoscerlo – soprattutto perché gli strumenti con cui vi accediamo sono iper-domestici … quasi delle estensioni del nostro corpo. Ma appena ne approfondiamo i meccanismi e il funzionamento, ci sembra scappare via, diventa inafferrabile, imprevedibile, incomprensibile.

Per questo motivo – oltre alla pratica e allo studio – serve un dialogo personale e continuativo con un esperto: un processo di coaching centrato sul digitale (vedi Il Coaching nell’era digitale: rafforzare l’ultimo miglio personale, … digitale e organizzativo).

E serve anche una certa maturità psicologica, capace di non farsi ingannare, né di proiettare sul digitale fantasmi o sogni, paranoie (“mi osservano e seguono le mie tracce digitali”) o deliri di onnipotenza (gli hacker che vogliono entrare nel sito della Casa bianca)

E soprattutto va ridisegnato il processo educativo: meno addestramento e alfabetizzazione e più story-telling di casi ordinari e soprattutto di “cattive pratiche” che – alla fine – si sono risolte per il meglio. Solo affrontando anche le dimensioni problematiche e risolvendole – o meglio – accettando la natura perturbante del digitale, lo si com-prende e si può iniziare a dominarlo.