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Esperimenti del pensiero e “Intuition pumps”: i (nuovi) strumenti per rafforzare l’arte di ragionare

Senza strumenti, a mani nude, il falegname non può fare granché e senza strumenti, con il solo cervello, il pensatore non può fare granché (Bo Dahlbom, filosofo)

Daniel Dennett è una figura eclettica: filosofo, logico e divulgatore, è noto al grande pubblico per un libro importante sul funzionamento della mente – L’Io della mente – scritto insieme a Douglas Hofstadter, dell’opera (autore del celebre Gödel, Escher, Bach – Un’eterna ghirlanda brillante). Uno dei suoi ultimi libri – Strumenti per pensare – affronta il tema degli strumenti che ci aiutano a pensare meglio. Il titolo inglese – Intuition Pumps And Other Tools for Thinking – spiega meglio i contenuti del libro.

L’autore parte da una premessa: «Pensare è difficile. Pensare a certi problemi è così difficile che il solo pensiero di pensare a quei problemi può far venire mal di testa. Il mio collega neuropsicologo Marcel Kinsbourne suggerisce che quando pensare ci sembra difficile è sempre perché il percorso accidentato per arrivare alla verità è in competizione con altre vie più facili e allettanti, che poi risultano essere vicoli ciechi. È questione di resistere alle tentazioni e la fatica del pensare è dovuta per lo più a questo.»
Noi pensiamo che il pensare sia un’attività spirituale e non controllabile, che funziona solo “motu proprio”. Mentre – come dimostra con moltissimi esempi Dennett nel suo libro – ci sono molti strumenti utili. E i grandi pensatori (ma anche i decisori efficaci) ne fanno ampio uso.

Si tratta di una caso particolare e più complesso di “strumentazione” – rispetto alle regole del pollice e all’euristica (vedi Regole del pollice e learning by doing: l’euristica della leadership) – a cui i manager possono accedere.

Alcune tecniche sono molto note: pensiamo per esempio al metodo dei “6 cappelli” messo a punto da Edward De Bono, sistema molto efficace per uscire dalla logica del conflitto presente nel modello dialettico tradizionale. Esso prevede sei diversi ruoli o “parti”, che possono essere “interpretate” durante una discussione – un po’ come i “sei personaggi in cerca d’autore” di memoria pirandelliana (dove Pirandello tenta di svelare il meccanismo e la magia della creazione artistica e il passaggio dalla persona al personaggio, dall’avere forma all’essere forma).

Particolarmente affascinanti sono gli esperimenti mentali o del pensiero (Gedankenexperiment o Thought experiment). Il termine, coniato dal fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted, indica un esperimento che non si intende realizzare nella pratica, ma viene solo immaginato: i suoi risultati non vengono, quindi, misurati sulla base di un esperimento fisico in laboratorio, ma calcolati teoricamente applicando le leggi della fisica.

Già con Galileo si hanno esempi rilevanti di esperimenti mentali, ma è con Einstein che tale metodologia viene utilizzata in modo profondo e “scientifico”. È invece Hilary Putnam che crea l’esperimento mentale nella filosofia.
Uno dei più famosi esperimento del pensiero è il cosiddetto “Diavoletto di Maxwell”. Il celebre fisico usò questo esperimento mentale in un suo famoso articolo del 1873 per dimostrare che il Secondo Principio fosse una legge puramente probabilistica; eccolo: due camere indicate con A e B sono interconnesse attraverso un foro dotato di otturatore privo di massa. Entrambe le camere contengono un gas alla medesima temperatura e pressione e, nel loro insieme, costituiscono un sistema isolato (dal mondo esterno). L’otturatore è comandato da un “diavoletto” che apre il passaggio ogni qualvolta vede avvicinarsi una molecola diretta da A verso B. Dopo un tempo finito la pressione in B risulta maggiore rispetto ad A.

Famoso sono anche i cosiddetti dilemmi morali. Uno dei più noti è il “problema del carrello” (the Trolley Problem). La formulazione principale viene dalla filosofa Philippa Foot nel 1967. L’obiettivo era rendere conto della distinzione fra uccidere e lasciar morire – uno dei problemi più annosi della filosofia e delle scienze cognitive. Questo esperimento sul pensiero consente di testare le intuizioni morali. Questa è la sua formulazione originale: «un carrello senza controllo si sta dirigendo verso 5 operai che stanno lavorando sui binari. L’unico modo per salvarli è quello di azionare uno scambio e indirizzare il carrello verso un binario secondario, dove però si trova un altro operaio che, investito dal carrello, morirà. E’ moralmente accettabile azionare lo scambio per deviare il carrello?».

Questo esperimento mentale sembrerebbe astratto –puro esercizio filosofico – ma è invece al centro delle riflessioni sui comportamenti (etici ?) delle auto senza conducente che – di fronte a un possibile incidente – devono prendere questo tipo di decisioni (tirare sotto dei passanti o uscire di strada uccidendo i passeggeri).

Dennett, nel suo libro ne propone 5 tipi (prendo a “man bassa” il suo testo, di grande chiarezza; non potrei fare di meglio):

– Le etichette. A volte il solo fatto di dare un nome accattivante a qualcosa ci aiuta a non perderlo di vista mentre lo rigiriamo nella mente cercando di comprenderlo. Tra le etichette più utili, come vedremo, vi sono le etichette di avvertimento, o allarmi, che ci mettono in guardia contro probabili fonti di errore.

– Gli esempi. Alcuni filosofi pensano che usare esempi nel loro lavoro sia, se non proprio un inganno, quanto meno superfluo – un po’ come i romanzieri evitano le illustrazioni nei loro libri. Il romanziere è orgoglioso di fare tutto con le parole, e i filosofi vanno fieri di fare tutto con generalizzazioni astratte presentate in ordine rigoroso, quanto più possibile simili a dimostrazioni matematiche. Buon per loro, ma non possono aspettarsi che io raccomandi il loro lavoro a più di un paio di studenti eccezionali. Molto semplicemente, e più difficile del necessario.

– Le analogie e le metafore. Mettere in corrispondenza le caratteristiche di qualcosa di complesso con le caratteristiche di un altro oggetto complesso che già conosciamo (o crediamo di conoscere) è uno strumento del pensiero famoso per essere potente, ma lo è in misura tale da poter facilmente fuorviare i filosofi quando a catturare la loro immaginazione è un’analogia ingannevole.

– Le impalcature. Possiamo mettere la copertura a un tetto, dipingere una casa o riparare un camino usando soltanto una scala, spostandola via via e potendo realizzare ogni volta solo una piccola parte del lavoro, ma alla fin fine spesso è assai più facile montare un’impalcatura robusta che permette di spostarsi rapidamente e in sicurezza per tutta l’area di lavoro. Molti dei più preziosi strumenti per pensare presentati in questo libro sono esempi di impalcature che hanno un tempo di allestimento un po’ lungo, ma poi permettono di affrontare insieme una gran varietà di problemi – senza dover continuare a spostare la scala.

– Le pompe dell’intuizione . Strumenti meno rigorosi, ma spesso altrettanto efficaci, sono storielle ideate per provocare un’intuizione sincera e convincente – “Sì. certo, dev’essere così !” – riguardo alla tesi che viene difesa, quale che sia.

Dennett le ha chiamate pompe dell’intuizione ma sono, nella sostanza, gli esperimenti mentali che vedevamo poc’anzi. «Le pompe dell’intuizione sono state per secoli una forza dominante nella filosofia. Sono la versione filosofica delle favole di Esopo, che sono state riconosciute come magnifici strumenti per pensare prima ancora che esistessero i filosofi.»

Dietro alla sfida di comprensione del nostro modo di pensare per potenziarne le capacità vi è, però, un tema più profondo, messo in luce da George Steiner in Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero: «L’incapacità di “pensare il pensiero”, di sapere in che cosa consista “il pensare”: il celebre ‘Penso, dunque sono’ è una tautologia senza fine. Nessuno può restarne al di fuori. Non sappiamo effettivamente che cosa sia “il pensiero”: quando tentiamo di pensare il pensiero, l’oggetto della nostra indagine è interiorizzato e disseminato nel momento stesso in cui lo facciamo. È sempre immediato e insieme fuori portata. Neppure nella logica o nel delirio dei sogni possiamo raggiungere un punto di vista esterno al pensiero, un punto archimedeo da cui circoscrivere o pesare la sua sostanza.»

Per chiarire meglio il passaggio Steiner richiama una celebre riflessione di Schelling: «Questa è la tristezza connessa ad ogni vita finita […] essa però non arriva mai a realizzarsi, e serve soltanto all’eterna gioia del trionfo. Donde il velo di tristezza, che si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita. Solo nella personalità è la vita: e ogni personalità riposa su un fondamento oscuro, che deve quindi essere anche il fondamento della conoscenza.» (Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana, 1809)

Che fare ?

L’unica raccomandazione – semplice nella sua complessità – è dedicare più tempo a comprendere i nostri processi di pensiero e a rafforzare la nostra capacità di pensare per essere più potenti, accurati e tempestivi. Troppo spesso i manager si accontentano di avere più dati pensando che le loro capacità – di capire, rappresentare, prevedere e decidere – siano automatiche e guidate dalla bontà dei dati disponibili. Invece si possono potenziare, rendere più sottili ed efficace. Sempre più spesso, i dati di cui disponiamo sono sufficienti, ciò che è insufficiente e inadeguato è la nostra abilità nel ragionare, nel connettere i puntini, nel costruire scenari possibili (tipico esperimento del pensiero).

Ascoltiamo le parole di Dennett: «Che cosa possiamo fare noi persone normali? Possiamo usare strumenti per pensare, ne esistono decine e decine. Questi comodi apparati protesici per potenziare l’immaginazione e mantenere l’attenzione ci permettono di riflettere in maniera corretta e anche elegante su problemi veramente difficili. Questo libro è una collezione dei miei strumenti preferiti. Incontreremo e demoliremo anche una gran varietà di cattivi strumenti, strampalati dispositivi di persuasione che possono essere fuorvianti se non si presta attenzione.»

Questi strumenti sono anche molto potenti – e potenzialmente fuorvianti. Ci vuole pertanto una prudenza consapevole, che diventa essa stessa uno strumento importante per il pensiero e una delle tecniche preferite dei filosofi: «going meta, cioè passare a un livello superiore di astrazione – pensare al pensare, parlare del parlare, ragionare sul ragionare.»